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LE STATUE DEI CINQUE MISTERI

Fiore all'occhiello dell'Arciconfraternita di S. Stefano sono le statue dei Misteri che vengono portate in processione il Venerdì Santo.
Essi sono cinque simulacri lignei di pregevolissima fattura e rappresentano Cristo all'orto, Cristo alla colonna, Cristo alla canna, il Calvario e Cristo Morto.
Tranne la statua del Cristo all'orto, realizzata nel 1858 dallo scultore napoletano Gaetano Larocca, in sostituzione della precedente ormai resa inutilizzabile dalla erosione del tarlo, le altre quattro vengono attribuite, secondo la tradizione, ad un tale Giacomo Fielle che le avrebbe realizzate a Venezia nel 1525.
Tra le statue della Settimana Santa nell'Italia meridionale, sono certamente le immagini processionali più antiche.














 




Cristo Morto (1525)

Cristo all'orto

Di tutto il gruppo, essa è l’unica a proporre due soggetti.
La scena ripercorre il corrispettivo brano evangelico e ci presenta il Cristo, inginocchiato su una roccia affiorante dalla terra e con lo sguardo, implorante, rivolto al Cielo mentre un Angelo, seminascosto dalle fronde di un ulivo, a simbolo dell'intero Getsemani, Gli porge l'amaro calice del sacrificio.
Il popolo, sintetizzando, la chiama comunemente "Cristo all’orto" ed è una statua che si lascia apprezzare per alcune peculiarità che le altre non possiedono.
Innanzitutto la veste che si ammira in tutta la sua interezza e che, mutuata dalle pieghe e dalle forme del corpo, ci trasmette un’idea di tessuto, damascato d’oro, così tangibile da sembrare vero.
Se poi, a questa, si aggiunge la particolarità di un albero che si riveste - in occasione della processione - di vere fronde di ulivo, cariche del loro frutto e l'espressività di un viso che sembra veramente immerso nella lacerante richiesta dell'importante concessione divina, il risultato che si ottiene diventa di un realismo impressionante.
Il simulacro in questione, però, non è quello originale. Pur perfettamente integrato nel gruppo, del quale riproduce sia le colorazioni che le espressioni e le sembianze identiche del viso, fu rifatto, nel 1858, dal napoletano Gaetano La Rocca in sostituzione del precedente distrutto dal tarlo e dall'umidità.
In processione, la statua del Cristo all'orto è affidato ai portatori della Confraternita di Maria SS. Assunta in Cielo.

- Testo a cura del prof. Nino Del Rosso.
- Foto a cura del dott. Franco Stanzione.




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Cristo alla colonna

In vernacolo è comunemente chiamata "Cristo alla colonna" per la contemporanea presenza, insieme al Cristo, di una struttura che, se nel nome ne richiama una architettonica, nella fattispecie si rivela essere strumento di tortura.
È la seconda statua che appare in processione ed è quella che, più di tutte, rivela il talento artistico dell'ignoto artefice.
Il Cristo è in posizione eretta, frustato, percosso e legato con le mani dietro la schiena all'anello metallico della colonna.
La scena ci porta a immaginarlo nel Pretorio, dove storicamente esisteva una colonna simile, usata per il medesimo scopo.
L’espressione rassegnata del volto, lo sguardo fisso in un orizzonte sempre più lontano e la bocca semi socchiusa del Cristo, lasciano trasparire la sua cosciente, incondizionata accettazione della sofferenza quale mezzo per raggiungere la redenzione del mondo.
La bellezza del simulacro, però, non è solo nella sua espressività.
Molto di più emerge dall'osservazione della statua nella sua interezza laddove la sobria nudità di un corpo, coperto solo da una fascia damascata sui fianchi, rivela la perfetta conoscenza anatomica dello scultore.
La statua, processionalmente, è portata - a spalla - dagli iscritti alla Confraternita di Santa Maria del Buon Consiglio.

- Testo a cura del prof. Nino Del Rosso.
- Foto a cura del dott. Franco Stanzione. 



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Cristo alla canna

Il Cristo coronato di spine, con il volto segnato da rivoli di sangue che scendono dalla fronte e una canna legata tra le mani, è la terza statua del gruppo.
Ha lo stesso impianto della precedente e pur se il volto ricalca, nei lineamenti, quelli della altre statue a chiara indicazione di come l’autore abbia volutamente realizzato - quei volti - uguali per tutto il gruppo in modo da raggiungere l’effetto visivo di tanti fotogrammi messi uno accanto all’altro a formare un continuum temporale, questa statua non raggiunge - nel complesso - la stessa resa qualitativa delle altre.
Dalle spalle infatti, scende il manto damascato il quale, anche se raccolto nelle sue pieghe, non riesce a dare slancio alla figura.
In più, si appiattisce sul retro e l’artista, nonostante si sforzi di presentare ­anteriormente al manto - il corpo martoriato del Cristo, non raggiunge la medesima perfezione del precedente.
Per questo, la critica propende per una realizzazione fatta in compartecipazione: il volto e l'impianto generale, ad opera di un maestro e la rifinitura ad opera di un allievo.
Volgarmente è indicata come "Cristo alla canna" ed è affidata, in processione, agli affiliati alla Confraternita della Purificazione di Maria Santissima.

- Testo a cura del prof. Nino Del Rosso.
- Foto a cura del dott. Franco Stanzione.



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Il Calvario

È la quarta "icona" del gruppo.
Unitamente alle altre due che la precedono, forma la trilogia delle statue a corpo eretto mentre si accomuna al Cristo orante per la tunica damascata che la riveste interamente.
Straordinaria nella sua esecuzione plastica, raffigura il Salvatore che, piegato sotto il peso della croce, muove sulla via del Golgota.
Al di là dell’espressione sofferta del viso che, l’autore ripropone con gli stessi lineamenti delle precedenti, tutto l’impianto scenico di questo simulacro si fonda sul complesso movimento del corpo.
Col busto sbilanciato in avanti e la gamba sinistra leggermente piegata e avanzata rispetto alla destra, la statua trasmette in modo superlativo, all’occhio dell’osservatore, la tipica posizione che assume colui che, dovendo spostare un peso superiore alle proprie forze e camminare allo stesso tempo, lo fa non con la sola forza delle braccia ma con tutta l'energia corporea.
L’opera, infatti, si completa di una grande croce che poggia sulla spalla sinistra del Cristo e alla quale sono avvinte - a contrasto - le mani.
Osservando la statua, si avverte - quasi epidermicamente - l'imminente caduta del Redentore sotto il peso di quella croce.
In processione, è affidata alla Confraternita della Visitazione di Maria Santissima e il popolo che, nella sua straordinaria capacità di sintesi, protesa all’espressione di un linguaggio essenziale, condensa in una sola parola tutta una serie di concettualità e la chiama semplicemente "Calvario".

- Testo a cura del prof. Nino Del Rosso.
- Foto a cura del dott. Franco Stanzione.




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Cristo Morto

È il simulacro che completa il ciclo e che, più di ogni altro, suscita commozione nell’animo del credente.
Raffigura il Figlio di Dio esanime. Il suo corpo, poggiato sul lenzuolo che diventerà - poi - la Sindone, giace ormai preda della morte.
Iconograficamente, la statua ripropone il soggetto più caro agli artisti della seconda metà del Cinquecento allorquando il Concilio di Trento, volendo dare maggiore impulso all’Eucarestia, privilegiò l’idea del collegamento del sacrificio - in croce - del Redentore al sepolcro e, quest’ultimo, all’altare sul quale si ripete il sacrificio eucaristico.
Tecnicamente, anche questa scultura presenta tracce nelle quali i critici, pur riconoscendo al simulacro uno straordinario effetto devozionale, esprimono la sensazione che li fa propendere per una esecuzione "a due mani". A un sudario appena abbozzato nelle sue naturali piegature fa, da contrasto, la splendida armoniosità e perfezione di un corpo, serenamente adagiato nella fissità della morte.
Austero nella compostezza della posa, mostra i lunghi capelli - che si intuiscono intrisi di sangue e di sudore - sparsi sul guanciale. Le braccia si abbandonano, morbidamente, lungo il corpo mentre le gambe, leggermente piegate, ci riportano alla sicura deformazione che devono aver subito supportando - sulla croce - il peso di un corpo che si accasciava su di loro.
L’impianto scenico è, dunque, molto semplice. Eppure l’artista riesce a coniugare magnificamente la tecnica scultorea in suo possesso ad un’altra, pittorica, di indubbia valenza e ci presenta un'immagine finale di straordinario effetto visivo: il corpo di un Cristo minuziosamente eseguito in tutti i suoi particolari e disposto, con arguzia, su un piano inclinato in modo da dare – all’osservatore - la possibilità di ammirarlo totalmente.
A questo espediente di innegabile effetto scenico si accomuna una tecnica pittorica così realistica nelle colorazioni da darci la sensazione di avere dinnanzi a noi un corpo quasi reale.
In processione, la statua, si mostra elegante e solenne e si arricchisce di una coltre intessuta di pregevoli ricami in oro, di sei raffinate lumiere argentee che la circondano e un artistico reliquiario, anch’esso in argento, contenente una reliquia della santa Croce.
Il reliquiario, realizzato dallo scultore molfettese Giulio Cozzoli, trova posto ai piedi della statua.
È il simulacro che più di tutti focalizza e concentra la genuina devozione popolare e che, per questa sua particolare peculiarità assurge a immagine simbolo di tutto il corteo processionale e della stessa Pasqua, ormai imminente.
Il privilegio di portare per le vie della città, nel giorno del Venerdì Santo, la statua del Cristo Morto è esclusivamente affidato ai confratelli dell' Arciconfraternita di Santo Stefano.

- Testo a cura del prof. Nino Del Rosso.
- Foto a cura del dott. Franco Stanzione.



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N.B. - Tutte le foto sono proprietà esclusiva dell'autore dott. Franco Stanzione ed è vietato riprodurle senza il suo consenso e/o omettendo di citarne la fonte.

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